Omelia 

17ª Domenica del T.O. - B 

Prima lettura 2Re 4,42-44 dal Salmo 144/145 Seconda lettura Efesini 4,1-6 Vangelo Giovanni 6,1-15

 

Carissimi,

Il profeta Eliseo compie un grande atto di fede. Cento persone sono venute per ascoltarlo, ed egli si sente in dovere di sfamarli. Gli erano stati donati venti pani d’orzo e grano novello, unica sua riserva. Il discepolo si vergogna di mettere davanti a cento persone una quantità di pane del tutto insufficiente, ma il profeta invece sa che Dio gli ha dato tutto quello che gli può servire: egli non vuole dubitare di Dio. E Dio premia la sua fede.

Un prodigio simile, anzi, ancor più evidente, avviene nelle mani di Gesù. Egli ha davanti a sè cinquemila persone e soltanto cinque pani d’orzo. Ciò che è avvenuto grazie a quel poco pane e alla preghiera di Gesù, ha risvegliato la memoria dei presenti. Essi hanno capito che Gesù è “il profeta che deve venire nel mondo”, quello cioè promesso da Dio e atteso da tutto il popolo. Questa folla ha capito, ma non è riuscita a trarne le conclusioni appropriate. La folla lo ritiene degno di guidare il popolo con autorità e lo vuole proclamare re: vuole che Gesù comandi, che si imponga, e che pensi e si impegni ancora a risolvere i problemi pratici, sociali e politici. La folla vuole imporre a Gesù dei comportamenti utili al loro vivere su questa terra. La conclusione che avrebbe dovuto saper trarre invece sarebbe stata questa: dato che sei il profeta, dicci tu che cosa noi dobbiamo fare, come dobbiamo vivere. La folla allora non reagì in questo modo, ma lo possiamo fare noi.

Noi diremo a Gesù: «Tu sei davvero colui che ci dona la Parola del Padre. Parla, e ti ascolteremo. Imiteremo il tuo esempio. Ci lasciamo guidare da te». Le folle non arriveranno mai a questa conclusione, mai le folle potranno decidere di farsi guidare da Gesù: ci può arrivare ogni singola persona con una decisione presa nel segreto del proprio cuore.

Ognuno di noi può comportarsi come il ragazzo che ha messo nelle mani di Gesù tutto quello che aveva, tutto il suo pane. Egli è l’unico che ha saputo fidarsi del Signore in modo pieno, e così la sua semplice fede è divenuta dono per tutta la folla. Gesù ha potuto servirsi della fede di quel ragazzo per manifestarsi e per dare alla gente il segno dell’amore sorprendente del Padre. E così Gesù ci ha fatto vedere come potremmo vivere, anche se siamo molti: possiamo vivere da fratelli, mettendo gli uni a disposizione degli altri tutto quello che abbiamo.

Non c’è gioia più bella e più vera e più grande di quella che si gusta nella fraternità. L’adoperare le nostre cose per vivere e manifestare amore, per comportarci da fratelli, lascia intuire pure la presenza e l’amore di Dio Padre: per questo la gioia si diffonde nelle occasioni in cui ci poniamo a servizio gli uni degli altri. E in queste occasioni il poco diventa sufficiente, sempre. Se tutto il mondo fosse così! Gesù è venuto e ha pregato perché tutto il mondo diventi così! Egli comincia con noi.

Se vogliamo che il mondo cambi, dobbiamo cominciare. Noi siamo quelli che sanno come fare perché il mondo diventi un regno di fratelli. Cominciamo ad obbedire a Gesù, a ringraziare il Padre, a guardare non la nostra comodità e il nostro piacere, ma la necessità del fratello. Mettiamo nelle mani di Gesù le nostre energie e le nostre ricchezze, ed egli trasformerà il mondo in una fraternità. Se non cominci tu, nessuno comincerà nel tuo ambiente. Se ignori la presenza e la Parola di Gesù, aumenterai le sofferenze di alcuni e di molti attorno a te. Comincerai e persevererai. È la “vocazione” speciale di cui ci parla San Paolo scrivendo agli Efesini, la chiamata che abbiamo ricevuto dal Padre, quella di amarci con umiltà e conservare l’unità con tutte le forze.

 

Siamo chiamati a manifestare al mondo che esiste un solo Dio, il Dio che ama gli uomini ed è per loro padre e madre. È meravigliosa la nostra vocazione: non possiamo ignorarla, pena diventare infelici e tristi. Dio ci chiama ad essere fratelli, ad essere un solo corpo e un solo spirito e a diventare fraternità!

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